La Testimonianza di Federica

La testimonianza di Federica, paziente Wilson e infermiera contro il Covid19

Federica Pagani, paziente Wilson è infermiera presso il repoarto Covid19 dell'Ospedale Sacco di Milano.

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Ecco la sua testimonianza.

È inizio Marzo, ne parlano tutti i media, i contagi da coronavirus aumentano e i posti letto nelle terapie intensive e nei reparti di malattie infettive non sono sufficienti. In poche ore il mio reparto viene trasformato e mi ritrovo catapultata in un reparto Covid. Inizia il tempo del “fare”, del correre, dei suoni assordanti dei monitor, dei ventilatori e delle ambulanze, delle emozioni che vengono soffocate. Non c’è tempo. Si deve “fare”.
Ogni turno inizia con la fase di vestizione: divisa monouso, camice, calzari, cuffia, mascherina, visiera, doppio paio di guanti e qualche striscia di cerotto per sigillare bene il tutto ed essere certi che nessuna parte del corpo sia esposta, spengo il cellulare e mi sconnetto dal mondo esterno, un ultimo sguardo tra di noi per essere certi di non aver dimenticato di indossare nulla e via...le porti scorrevoli del reparto si aprono. Mi prude il viso, non ho ancora iniziato il turno e non posso già più toccarmi.
I turni vengono scanditi dalla routine dei reparti: terapia, parametri, esami finché non incombe qualche urgenza purtroppo divenute sempre più frequenti e infauste rispetto al solito. Siamo chiamati a pensare, decidere e agire in fretta, sempre più spesso, con più pazienti e più volte al giorno. Quando le dinamiche di reparto lo permettono, a metà turno, alternandoci, ci concediamo una pausa per poi rivestirci e rientrare di nuovo nella “zona sporca”.
La frenesia, le emozioni, le corse contro il tempo, le sirene delle ambulanze che continuano ad arrivare presto fanno volgere al termine le giornate e finalmente ci si sveste, via la visiera, il camice, la maschera, la cuffia, i calzari e i guanti secondo un’attenta procedura per evitare di contaminarsi, ci si lava mani e il viso e finalmente si respira...il naso è arrossato, fa male, le gambe pesano, ma lentamente il respiro torna alla normalità. Le porte scorrevoli si riaprono, corro verso il bagno dopo 8/10 ore, bevo una bottiglia d’acqua d’un fiato, accendo il telefono con la paura che in quelle ore al di fuori sia successo qualcosa. Nessun messaggio, stanno tutti bene, per ora e anche oggi. Stanchi, segnati in viso e nell’anima ci salutiamo, “a domani ragazzi”, salgo in macchina sperando di non aver portato a casa il virus, nonostante le mille attenzioni avute. Finalmente a casa, doccia e forse ora sono finalmente pulita. Verrà il tempo che potremo fermarci e pensare a quello che è stato, per ora bisogna ancora “fare”. Sono un’infermiera in un reparto Covid da due mesi, malata Wilson da sempre e in terapia da 20 anni e in questo vortice frastornante potrebbe sembrare strano ma
l’unica routine che mi è rimasta è l’assunzione della mia terapia salvavita, una conditio sine-qua-non delle mie giornate da sempre e per sempre.